La mostra curata da Giulia Carluccio per Galleria Campari, Red carpet: il cinema dei sogni. Campari e l’immaginario del divismo 1900-1960 indaga il fenomeno del divismo cinematografico sotto la lente delle rifrazioni pubblicitarie, dell’infra-mondo dei processi culturali e comunicativi legati ai brand e alle politiche di spettacolarizzazione dei prodotti commerciali. Si tratta di un campo largo, attraversato da pulsioni consumistiche e proiezioni identitarie, che emerge già nei primi anni del Novecento e si distende poi lungo tutto il secolo, attivando via via pratiche artistiche e produttive sempre diverse.

L’idea chiave su cui si concentra Carluccio, grazie alla committenza Campari e alla disponibilità di materiali di grande interesse presenti in archivio,[1] riguarda l’osservazione di alcuni aspetti del divismo, vera e propria mitologia moderna che «vive di immagini e narrazioni che prendono forma sullo schermo, ma sostanziano e prolungano la loro esistenza intorno e oltre la proiezione».[2] I volti enfatici del muto, il corpo metamorfico di Chaplin, la silhouette di Garbo sono i primi indizi di un processo di profonda trasformazione dei consumi e delle velleità comportamentali di spettatori e spettatrici, coinvolti in ritmi di visione e idealizzazione tali da generare nuove forme di contatto con le ombre del cinematografo. L’industria culturale del Novecento si popola, per effetto dei sogni di celluloide, di oggetti ‘magici’ ed evanescenti (i cosiddetti ephemera),[3] che amplificano e riverberano l’aura di attori e attrici aggiungendosi al volume di cartoline, manifesti, brochure e riviste che ne esaltano la star persona; su un altro piano, quegli stessi «semi-dei»[4] alimentano i codici espressivi della moda e della pubblicità, in un intreccio virtuoso di pose e modelli. Si assiste così alla progressiva affermazione dei divi come protagonisti della comunicazione, fenomeno che presto interessa alcuni marchi aziendali, pronti a contribuire all’invenzione del nuovo alfabeto delle stelle.[5]

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L’articolo presenta un’intervista a Giulia Carluccio, curatrice della mostra Red Carpet: il cinema dei sogni presso la Galleria Campari (2025). Attraverso il dialogo, si esplorano le strategie di valorizzazione dell’Archivio Campari, inteso come patrimonio industriale capace di dialogare con la visual culture contemporanea. Il nucleo centrale riguarda il legame tra la comunicazione del brand e il divismo cinematografico (1900-1960), analizzato come «mito a bassa densità» che unisce società, cultura, arti e immaginario. L’intervista approfondisce la natura intermediale del percorso espositivo, in cui documenti d’archivio, opere di artisti, e materiali di consumo delineano una cartografia mediale della cultura di massa. Emerge così una riflessione sulla capacità di Campari di anticipare e interpretare le dinamiche della comunicazione e dello star system internazional

The article features an interview with Giulia Carluccio, curator of the exhibition Red Carpet: il cinema dei sogni at Galleria Campari (2025). Through this dialogue, the strategies for enhancing the Campari Archive are explored, viewing it as industrial heritage capable of interacting with contemporary visual culture. The core focus is the link between the brand’s communication and film stardom (1900-1960), analyzed as a «low-intensity myth» bridging society, culture, arts and the imaginary. The interview delves into the intermedial nature of the exhibition, where archival documents, works by artists, and consumer ephemera outline a mediological cartography of mass culture. Thus, a reflection emerges on Campari’s ability to anticipate and interpret the dynamics of communication and the international star system

Galleria Campari si distingue per una politica espositiva accorta e raffinata, che mira a valorizzare i materiali d’archivio in un’ottica culturale larga, in grado di accogliere suggestioni e pratiche in equilibrio variabile tra linguaggi diversi. In vista dell’ormai imminente inaugurazione della mostra Red Carpet: il cinema dei sogni. Campari e l’immaginario del divismo, 1900-1960 (Gallerie Campari, 23 ottobre 2025-2 giugno 2026), la redazione di «Arabeschi» ha incontrato la curatrice Giulia Carluccio per provare a ragionare intorno alle premesse dell’allestimento, ricavando preziose chiavi di accesso al perimetro delle sale.

 

 

Stefania Rimini: Andrea Pinotti e Antonio Somaini definiscono le immagini innanzitutto come «atti sociali»,[1] ricordandoci quanto ogni forma di riproduzione del reale sia l’esito di specifiche condizioni ambientali. Il marchio Campari, del resto, sulla relazione tra immagini, media e dispositivi ha costruito la propria reputazione industriale, confermando nel tempo una vocazione pionieristica in ordine al sistema della comunicazione e dell’arte. In che modo il progetto della mostra Red Carpet ha tenuto conto delle referenze sociali dei materiali d’archivio e come ha tentato di combinarle in una prospettiva strettamente ‘visuale’?

 

Giulia Carluccio: Partire dall’Archivio Campari significa attraversare la storia della comunicazione pubblicitaria italiana del Novecento da una prospettiva di primo piano, estremamente innovativa e anticipatrice rispetto ai contesti socioculturali da cui via via trae spunto e che contribuisce a rappresentare e a raccontare. La forza e l’impatto della comunicazione proposta da Campari nel corso di decenni cruciali del Novecento deriva la sua pregnanza proprio dalla precisa intenzione di cogliere e reinterpretare in modo innovativo (e strategico) le dinamiche sociali e culturali in atto, tra movimenti artistici, illustrazione popolare, media emergenti e, in modo sempre più sinergico, mondo del cinema e dell’audiovisivo, in una prospettiva fortemente identitaria per un prodotto Made in Italy aperto alla scena internazionale. Il ricco corpus di documenti visivi e audiovisivi che oggi l’Archivio Campari raccoglie e valorizza nell’esposizione permanente e nelle mostre temporanee, testimonia, nella sua varietà anche tipologica, di una storia di strette relazioni e implicazioni nell’alveo di una più ampia iconosfera in cui comunicazione pubblicitaria, moda, spettacolo, cinema e media rivelano la propria dimensione socio-antropologica e socio-semiotica soprattutto nelle reciprocità e nei riverberi, espliciti o impliciti. Si tratta di una storia che coincide in qualche modo con quella della progressiva costruzione di un’industria culturale che definisce via via iconografie riconoscibili, forme simboliche, figure che rivelano il ‘visibile’ di un’epoca, nell’accezione sociologica proposta da Pierre Sorlin. Proprio nell’intento di evocare i contorni di questa iconosfera, il concept della mostra Red Carpet: il cinema dei sogni. Campari e l’immaginario del divismo, 1900-1960 identifica la sua cartina al tornasole, il suo pivot, nelle relazioni tra l’universo della comunicazione Campari (da inizio del Novecento all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso) e il fenomeno del divismo cinematografico, come luogo esemplare di convergenze, sintesi e rimediazioni di stili e generi, istanze culturali e sociali, desideri, consumi e aspirazioni, nazionali e sovranazionali.

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L'Archivio Storico Campari custodisce oltre 5.000 opere tra manifesti, bozzetti e audiovisivi che dal 1860 narrano l’evoluzione del brand in dialogo con le avanguardie. La gestione mira alla conservazione e alla trasformazione del materiale in un patrimonio vivo e condiviso, obiettivo sancito dall’apertura della Galleria Campari nel 2010. La strategia curatoriale propone una dialettica trasversale, connettendo l’archivio ad ambiti quali moda, tipografia e cinema. Un esempio è la mostra Red Carpet, il cinema dei sogni. Campari e l’immaginario del divismo, 1900-1960, che indaga il divismo tra il 1900 e il 1960 integrando prestiti esterni e collaborazioni accademiche. L’Archivio agisce come un ponte culturale dinamico, rigenerandosi attraverso percorsi esperienziali che uniscono arte e cultura della miscelazione. Con circa 18.000 visitatori annui, la Galleria si rivolge a un pubblico internazionale ed eterogeneo, trasformando l’identità d’impresa in un ecosistema culturale accessibile e stratificato. L’intervista a Anita Todesco esplora alcune delle strategie culturali legate alla valorizzazione dell’archivio

The Campari Historical Archive preserves over 5,000 works, including posters and audiovisuals, documenting the brand’s evolution since 1860. Its management focuses on preservation and transforming history into a shared, living heritage through Galleria Campari. The curatorial strategy employs a transversal approach, linking the archive to fashion, typography, and cinema. Red Carpet, il cinema dei sogni. Campari e l’immaginario del divismo, 1900-1960 exhibition exemplifies this by exploring stardom (1900-1960) through external loans and academic partnerships. The Archive serves as a dynamic cultural bridge, regenerating through experiential paths that merge art with mixology culture. Welcoming 18,000 visitors annually, the Gallery addresses a diverse international audience, turning corporate identity into an accessible and stratified cultural ecosystem. The interview with Anita Todesco explores some of the cultural strategies linked to the promotion of the archive.

Giulia Carluccio: Che cosa vuol dire prendersi cura di e valorizzare l’archivio storico Campari in riferimento a una specifica cultura di impresa e alla direzione di un museo/galleria aziendale?

Anita Todesco: Prendersi cura dell’Archivio storico Campari significa lavorare su un patrimonio vastissimo e sfaccettato: più di 5.000 opere su carta tra manifesti e bozzetti pubblicitari, a cui si affiancano centinaia di documenti, insegne, fotografie, oggetti legati alla miscelazione, bicchieri, bottiglie, libri d’artista, ephemera, caroselli e spot realizzati da registi come Fellini, Sorrentino, Garrone, Tarsem Singh. È un insieme eterogeneo che racconta, attraverso immagini e materiali, l’evoluzione del marchio Campari, che dal 1860 dialoga con le avanguardie e con i linguaggi della comunicazione visiva grazie alla collaborazione con figure come Depero, Munari, Dudovich, Nizzoli, Glaser, Matelda Moretti (Brunetta), Nespolo, Sambonet e molti altri.

Occuparsene significa da un lato garantire la conservazione e il restauro di questo patrimonio storico artistico aziendale, dall’altro innescare processi interpretativi e progettuali che permettano di attivare questi materiali, creando connessioni, nuove letture e occasioni di dialogo.


 

GC: Quali strategie e politiche culturali indirizzano la felice dialettica che Galleria Campari propone tra esposizione permanente e mostre temporanee?

AT: La dialettica tra esposizione permanente e mostre temporanee a partire dall’Archivio Campari nasce da una precisa strategia, di cui fa parte la decisione di aprire al pubblico il museo aziendale Galleria Campari nel 2010. Questo ha rappresentato uno dei gesti più significativi della visione culturale dell’azienda: un atto che supera la semplice conservazione del passato e afferma la volontà di trasformarlo in un patrimonio vivo, condiviso e accessibile, animato da mostre, ma anche da public programs e iniziative dedicate ai dipendenti.

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*La redazione e le autrici ringraziano il Museo Nazionale del Cinema di Torino per la concessione d'uso dell'immagine di Claudia Cardinale nello scatto di Angelo Frontoni

 

La complessa tassonomia dei musei aziendali[1] documenta la crescente necessità di molte imprese di custodire il proprio patrimonio, declinandolo attraverso strategie culturali sempre più intrecciate con pratiche pubblicitarie e forme d’arte. La ‘visibilità’ delle merci, del resto, aveva incarnato uno dei turning point della società moderna, da cui sarebbero derivati un nuovo rapporto con lo spazio urbano, il piacere ludico del consumo, l’ebbrezza della flânérie. A complicare il corto circuito tra industria e pubblico ci ha pensato poi il dilagante potere dei manifesti, capaci di innescare un vero e proprio «blitz della visione», come sostiene Papakristo, o ancora di propugnare «una nuova forma di fruizione, disturbata, casuale, distratta».[2] Se è vero che il manifesto è stato ed è «espressione di meccanismi profondi della cultura di un paese, […] simbolo e documento delle nostre nevrosi»[3] allora non può sorprenderci l’investimento di Campari nella direzione di una costante evoluzione del genere, accompagnata da retoriche visive ibride, a mezza via tra pubblicità, marketing, moda e cinema, e comunque in transito verso modelli culturali di grande glamour.

Per cogliere l’effetto di profondità di tale relazione occorre ricordare da un lato la funzione decorativa della bellezza femminile esibita dalla grafica dei manifesti, e in qualche modo connaturata alle logiche della pop culture, dall’altra la ridondanza estetica del prodotto commerciale, risolta nel tempo da Campari attraverso calibrati effetti di lettering e composizione. Per l’azienda milanese la comunicazione visiva ha rappresentato un segmento produttivo e di stile di primo piano, gestito secondo protocolli e marche in grado di imporre formule riconoscibili e di lunga durata. Quasi «arabeschi dell’immaginario»,[4] i dépliants e gli almanacchi sponsorizzati da Campari segnano un’epoca, alimentando il mito di un piacere condiviso, grazie all’idea di un ‘buon bere’ da intendersi come spazio di evasione e intrattenimento. È così che la ‘cultura sottile’[5] contribuisce a forgiare l’immaginario, a costruire tessere di una memoria materiale e immateriale che si deposita e permane, anche perché trova spazio in un luogo che è insieme cornice e storia.

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Il 2 aprile 2025 Sonia Bergamasco ha tenuto una masterclass per il Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’Università di Pisa, nell’ambito dei corsi di Storia del teatro e dello spettacolo e di Storia del cinema italiano. Al centro dell’incontro il film Duse – The Greatest, diretto da Bergamasco nel 2024, a cento anni dalla scomparsa della diva, inserito nel cartellone del cineclub Arsenale. 

On 2 April 2025, Sonia Bergamasco held a masterclass for the Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere at the Università di Pisa, as part of the courses in Storia del Teatro e dello spettacolo and Storia del cinema italiano. The focus of the meeting was the film Duse – The Greatest, directed by Bergamasco in 2024, one hundred years after the death of the diva, included in the programme of the Arsenale film club.

 

 

 

Il 2 aprile 2025 Sonia Bergamasco ha tenuto una masterclass per il Dipartimento di Civiltà e Forme del Sapere dell’Università di Pisa, nell’ambito dei corsi di Storia del teatro e dello spettacolo e di Storia del cinema italiano. Al centro dell’incontro il film Duse – The Greatest, diretto da Bergamasco nel 2024, a cento anni dalla scomparsa della diva, inserito nel cartellone del cineclub Arsenale.

Sonia Bergamasco, attrice e regista, ha una formazione artistica poliedrica: diplomata in pianoforte al Conservatorio di Milano e in recitazione alla Scuola del Piccolo Teatro, ha esordito in Arlecchino servitore di due padroni diretto da Giorgio Strehler nel 1990, per poi collaborare con Carmelo Bene, Theodoros Terzopoulos, Massimo Castri, Antonio Latella, Thomas Ostermeier e Jan Fabre. Ha diretto spettacoli in cui musica e recitazione si fondono, tra i quali Il Ballo (dal romanzo breve di Irène Némirovsky) e L’uomo seme (riscrittura da Violette Ailhaud), realizzati in collaborazione con il Teatro Franco Parenti. Nel 2017, al Piccolo di Milano, ha diretto Louise e Renée, ispirato a Balzac e con drammaturgia di Stefano Massini. Nel 2022 ha interpretato Martha in Chi ha paura di Virginia Woolf? di Antonio Latella, ruolo che le è valso numerosi premi (Ubu, Le Maschere del Teatro Italiano e Hystrio).

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Presentazione dello speciale dedicato al centenario della scomparsa di Eleonora Duse esito della Giornata di studi DUSE100. Teatro, Cinema, Danza (a cura di Cristina Jandelli, Eva Marinai, Teresa Megale, Francesca Simoncini, Chiara Tognolotti) svoltasi il 4 dicembre 2024 all’Università di Pisa. Entrambi gli studi, qui proposti, presentano un’indagine su aspetti meno indagati dalla critica in merito al gesto recitativo di Duse o al gesto ‘immaginato’ per Duse. Sempre nel contesto di tali celebrazioni quale occasione di approfondimento e ripensamento del magistero dusiano, il 2 aprile 2025, all’Università di Pisa, le docenti Chiara Tognolotti ed Eva Marinai hanno incontrato l’attrice e regista Sonia Bergamasco alla presenza delle/gli studenti triennali e magistrali dei corsi di storia del cinema e storia del teatro per parlare del film Duse The Greatest.

Presentation of the special issue dedicated to the centenary of Eleonora Duse's death, the result of the study day DUSE100. Teatro, Cinema, Danza (curated by Cristina Jandelli, Eva Marinai, Teresa Megale, Francesca Simoncini, Chiara Tognolotti) held on 4 December 2024 at the University of Pisa. Both studies presented here investigate aspects of Duse's acting style or the 'imagined' style attributed to her that have been less explored by critics. Again in the context of these celebrations as an opportunity to explore and rethink Duse's heritage, on 2 April 2025, at the University of Pisa, Chiara Tognolotti and Eva Marinai met with actress and director Sonia Bergamasco in the presence of undergraduate and postgraduate students of film history and theatre history to discuss the film Duse The Greatest.

I contributi che qui presentiamo rientrano nell’ambito delle celebrazioni per il centenario della scomparsa di Eleonora Duse. Numerosi sono stati gli eventi nazionali e internazionali dedicati alla grande attrice nell’anno appena trascorso. Tra questi anche la Giornata di studi DUSE100. Teatro, Cinema, Danza (a cura di Cristina Jandelli, Eva Marinai, Teresa Megale, Francesca Simoncini, Chiara Tognolotti) svoltasi il 4 dicembre 2024 all’Università di Pisa, cui hanno partecipato docenti, ricercatrici e studiose impegnate nelle attività didattiche del Dottorato di Ricerca interuniversitario Pegaso in Storia delle Arti e dello Spettacolo delle Università di Firenze-Pisa-Siena.1

I saggi di Eva Marinai (La danza mancata di Eros e Thanatos. Hofmannsthal, Duse e Craig per Elektra) e Aline Nari (Corporeità danzanti e coreografie d’attrice: Eleonora Duse e la danza) rielaborano, ampliandole, le comunicazioni presentate nella Giornata di studi suddetta. Aline Nari, in particolare, sta per pubblicare un saggio dal titolo Un “cantone” tutto per sé: libri e femminismo spirituale di Eleonora Duse, che riflette in modo più approfondito sulla partecipazione della divina al fermento della danza di inizio Novecento e alle istanze emancipazioniste che esso traduce, già argomento dell’articolo di cui sopra. Entrambi gli studi, qui proposti, presentano un’indagine su aspetti meno indagati dalla critica in merito al gesto recitativo di Duse o al gesto ‘immaginato’ per Duse (in riferimento alla mancata realizzazione dell’Elektra pensata per lei).

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Oggetto di ammirazione da parte degli spettatori coevi, obiettivo di studio e imitazione per le giovani attrici del suo tempo, tensione inesausta per i fotografi che hanno cercato di immortalare, il gesto della Duse, al pari della sua voce, ha certamente attirato l’attenzione della critica che a questo riguardo ha sottolineato la consapevolezza dell’attrice riguardo all’aspetto comunicativo della postura e dell’azione corporea.  Per quanto riguarda i rapporti tra Duse e la nuova danza, che si afferma in Europa tra XIX e XX secolo, essi sono rintracciabili nei personaggi che d’Annunzio immagina per lei, nell’amicizia con Isadora Duncan, ma anche in occasioni mancate che riguardano il suo lavoro di attrice: il ballo di Nora in Casa di bambola o la danza immaginata per lei da Hofmannsthal nell’Elektra.  Oltre a questi aspetti, l’analisi di alcune sequenze del film Cenere, suggerisce l’ipotesi di poter valutare quale influenza abbia avuto la nuova danza nella capacità di Duse di affidare al corpo la propria grafia emotiva. Dovendo consegnare la propria arte a una pellicola priva di sonoro, Duse affronterà infatti una preparazione fisica inedita il cui risultato è non solo straordinariamente espressivo dal punto di vista attoriale, ma in alcune sequenze il controllo della dinamica, la cura della postura e dell’intensità dell’azione ci inducono a leggere il suo movimento come danza, una danza presaga che contiene le anticipazioni del futuro.

Object of admiration for contemporary spectators, target of study and imitation for younger actresses of her time, inexhaustible tension for photographers who tried to immortalize it, Duse's gesture has certainly attracted the attention of critics who have underlined the actress's awareness of the communicative aspect of posture and bodily action. As regards the relationship between Duse and the new dance, which was established in Europe between the 19th and 20th centuries, they can be traced inside d'Annunzio’s dramaturgy, in her friendship with Isadora Duncan, but also in missed opportunities regarding her work as an actress: Nora's dance in Doll's House or the dance imagined for her by Hofmannsthal in Elektra. In addition to these aspects, the analysis of some sequences of the film Cenere (Ashes), suggests the hypothesis of evaluating the influence of new dance on Duse's physical writing. In delivering her art to a silent film, Duse will in fact face an unprecedented physical preparation whose result is not only extraordinarily expressive from the acting point of view, but in some sequences the control of dynamics, the care of posture and the intensity of the action lead us to read that movement as a dance, a presaging dance that contains the anticipations of the future.

I testimoni e la letteratura critica hanno provato a indagare il mistero della seduzione che Eleonora Duse esercitava sul pubblico anche grazie al movimento espressivo di tutta la sua persona: un movimento che, come quello di una danzatrice, irradiava da un centro – coincidente con il motore psichico del personaggio – per propagarsi con intensità fino alla periferia delle mani, coinvolgendo la perdita di equilibrio, l’inciampo, il cambiamento repentino di direzione.[1] Nelle varie fasi della propria evoluzione artistica, Duse esprime sulla scena un movimento corporeo molto diversificato, in cui la sensualità del felino si alternava all’agitazione nervile dell’isterica, il gesto automatico si declinava nella posa ieratica della vestale. La consapevolezza di Duse riguardo il linguaggio corporeo ci suggerisce quindi di riconoscere come danza alcuni suoi ‘stati’ di presenza o sequenze gestuali e di immaginarla danzare quando i personaggi interpretati lo richiedevano. Tuttavia, sebbene l’integrazione tra materiali fotografici, recensioni e testimonianze, riveli come il corpo scenico di Duse sia attraversato dai fermenti della danza del suo tempo,[2] le danze di Eleonora Duse sono danze mancanti, mancate o addirittura presunte e presaghe, sottotraccia al lavoro d’attrice e anticipazioni del futuro, come avrò modo di chiarire. Dunque, per quanto indiziario, il discorso su Eleonora Duse e la danza ci sembra contribuire da un lato alla trasversalità degli studi che la riguardano, dall’altro sottolineare l’attualità del suo ruolo di intellettuale, attenta anche all’evoluzione delle corporeità danzanti del suo tempo.

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  • 'Paesaggi di vita'. Mito e racconto nel cinema documentario italiano (1948-1968) →
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L’articolo analizza un corpus di opere documentarie sul Sud Italia fra gli anni Cinquanta e Sessanta – Le portatrici di pietre (Florestano Vancini, 1950), Le donne di Acquafredda (Aldo Vergano, 1957), Donne di Bagnara (Luigi Di Gianni, 1959), l’episodio Braccianti del Sud dell’inchiesta La donna che lavora (Ugo Zatterin e Giovanni Salvi, 1959), Donne di Lucania (Giovanni Vento, 1962) e Tempo di raccolta (Luigi Di Gianni, 1966) dedicato alle raccoglitrici di olive calabresi – in cui è data centralità al lavoro femminile in relazione all’ambiente e alle sue risorse naturali e umane. Le opere restituiscono, attraverso similitudini e differenze di approcci estetici, un comune intento di elaborazione della drammaturgia documentaria in ottica narrativa che mette in luce ritualità e forme di agency reciproca tra società femminile e paesaggio.

The article examines a corpus of documentary works on Southern Italy between the 1950s and 1960s - Le portatrici di pietre (Florestano Vancini, 1950), Le donne di Acquafredda (Aldo Vergano, 1957), Donne di Bagnara (Luigi Di Gianni, 1959), the episode Braccianti del Sud of the investigation La donna che lavora (Ugo Zatterin and Giovanni Salvi, 1959), Donne di Lucania (Giovanni Vento, 1962) and Tempo di raccolta (Luigi Di Gianni, 1966) dedicated to Calabrian olive pickers - in which the centrality is given to women's work in relation to the environment and between natural and human resources. The films reveal, through similarities and differences in aesthetic approaches, a common intent of elaborating documentary dramaturgy from a narrative perspective that highlights rituals and forms of mutual agency between female society and the landscape.

 

 

La paesologia non è altro che il passare del mio corpo nel paesaggio e il passare del paesaggio nel mio corpo. È una disciplina fondata sulla terra e sulla carne. Una forma d’attenzione fluttuante, in cui l’osservatore e l’oggetto dell’osservazione arrivano spesso a cambiare ruolo. Allora è la terra a indagare gli umori di chi la guarda.

La paesologia è semplicemente la scrittura che viene dopo aver bagnato il corpo nella luce di un luogo.

La paesologia è il mio modo di non arrendermi all’universale sfiatamento degli esseri e delle cose. Una forma di resistenza intima, ma non per questo priva di una sua venatura politica.

La paesologia non è la paesanologia, non è idolatria della cultura locale.

Franco Arminio, Terracarne. Viaggio nei paesi invisibili e nei paesi giganti del Sud Italia

 

 

 

 

1. Drammaturgie meridiane del lavoro femminile

Franco Cassano, nel celebre studio sul paesaggio meridiano (2003), ha messo in luce l’importanza di considerare il Sud prima di tutto come un «soggetto del pensiero» autonomo e centrale (p. 3). Basterebbe questo indirizzo per comprendere tanto cinema documentario che fra il 1948 e il 1968 ha tentato di valorizzare alcune figure umane che hanno animato quel mondo. Questa prospettiva, che il sociologo spinge verso la necessità di evitare l’«anomia generalizzata» (p. 5), sembra riassumere l’impegno di un corpus di opere con al centro l’immagine della vita delle donne lavoratrici di alcuni paesi del Meridione fra gli anni Cinquanta e Sessanta: Le portatrici di pietre (Florestano Vancini, 1950), Le donne di Acquafredda (Aldo Vergano, 1957), Donne di Bagnara (Luigi Di Gianni, 1959), l’episodio Braccianti del Sud dell’inchiesta La donna che lavora (Ugo Zatterin e Giovanni Salvi, 1959), Donne di Lucania (Giovanni Vento, 1962) e Tempo di raccolta (Luigi Di Gianni, 1966) dedicato alle raccoglitrici di olive calabresi.

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  • 'Paesaggi di vita'. Mito e racconto nel cinema documentario italiano (1948-1968) →
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In che modo il cinema di famiglia contribuisce ad amplificare un immaginario? Se la fotografia ha già documentato le mutate abitudini degli italiani (le relazioni nello spazio pubblico e in quello privato, i riti di passaggio, i momenti di aggregazione identitaria e comunitaria, etc.) ecco che i rituali dell’autorappresentazione sociale, ripresi dall’occhio del cinema amatoriale acquisiscono uno statuto di viva testimonianza e di traccia. L’intervento intende produrre degli esempi in tal senso attraverso un excursus nel cinema di famiglia rivolto al paesaggio del meridione, così come rappresentato all’interno dei fondi di cinema di famiglia dell’Archivio Nazionale dei Film di Famiglia di Bologna.

How does family cinema contribute to amplifying an imaginary? If photography has already documented the changing habits of Italians (relationships in public and private spaces, rites of passage, moments of identity and community gathering, etc.), the rituals of social self-representation captured by the eye of amateur cinema gain the status of living testimony and trace. This essay aims to provide examples in this regard through an excursus into family cinema focused on the landscapes of the South of Italy, as represented within the family cinema collections of the National Family Film Archive in Bologna.

Sono vari gli studi che negli ultimi decenni hanno tentato di definire una specificità dei film di famiglia (Aasman 1995; Odin 2001; Simoni 2007; Sangiovanni 2013; Simoni 2013; Cati 2013), nella cornice del tema che ci si prefigge qui di esplorare, ovvero come questo genere filmico possa contribuire a definire un immaginario del Sud Italia. Ci sono tre aspetti preliminari da sottolineare.

I film di famiglia esistono in copia unica realizzati, cioè, con pellicole invertibili che non necessitano la stampa di copie, pertanto si portano dietro un velo di irripetibilità, un’aura, argomento su cui Paolo Caneppele insiste molto nel suo libro Sguardi privati

Il secondo tratto proprio dei film di famiglia è quello della ‘traccia’ che Caneppele prende in prestito ancora una volta dalle parole di Benjamin: «La traccia è l’apparizione di una vicinanza, per quanto possa essere lontano ciò che essa ha lasciato dietro di sé. L’aura è l’apparizione di una lontananza, per quanto possa essere vicino ciò che essa suscita. Nella traccia noi facciamo nostra la cosa; nell’aura essa si impadronisce di noi» (Benjamin 2000, p. 53). Aura e traccia concorrono a far sì che, mentre rivediamo un Home Movies, il passato ritorni presente evocato dal rituale della fruizione: nonostante quell’epoca non ci appartenga più veniamo chiamati a interagirvi. Tra passato e presente si forma un chiasma, un campo di forze attrattive, lo spazio compreso (o compresso) tra due epoche, tra l’allora e l’ora, che torna a sciogliersi e vibrare, rivelandosi. In che rapporto è preso il racconto del Sud Italia in questa tensione tra differenti temporalità? Come con il cinema di famiglia si plasma, si amplia, si spezza? È un confronto pacifico, conflittuale, apre nuovi orizzonti di ricerca?

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